sono entrato per la cotoletta
Patate a fette spesse, tenute insieme da una crema chiara che non è maionese, più leggera, quasi un brodo che si è addensato raffreddandosi. Sopra, appoggiata come fosse l'ultima cosa aggiunta a piatto già pronto, una manciata di songino verde scuro. L'erba cipollina tagliata fine punteggia tutto.
La prima forchettata è alla temperatura giusta, né fredda di frigo né tiepida. Le patate cedono subito, cotte fino al punto in cui stanno per disfarsi ma non si disfano, e la crema le tiene insieme senza appesantirle. C'è una nota acida sotto, di cipolla, che apre.
Poi, qualche secondo dopo, arriva l'aglio. Non in faccia, un sentore, basso, che resta sul fondo e tiene insieme tutto il resto. Continuo a mangiarla senza un motivo preciso, finita la prima forchettata ne arriva un'altra, e un'altra ancora.
Sono entrato qui per la cotoletta. È quella la ragione della fila fuori, il pezzo grosso che esce dal piatto, la cosa per cui uno prenota. E invece quella che mi resta è lei, il contorno, la spalla. Mi è successo di pensare che la cotoletta era enorme e buona e prevedibile, e che la cosa che non mi aspettavo era questo piatto di patate che nessuno fotografa. La cura più vera l'avevano messa dove non si vede.



