questo mascarpone regge benissimo da solo
Un piatto bianco, due cucchiaiate di mascarpone, e sopra, sparse senza cerimonie, scaglie grosse di cioccolato fondente. Nient'altro. Nessun coulis, nessuna salsa a specchio, nessuna spiegazione. Lo posano sul tavolo come se dire cosa stavo per mangiare fosse superfluo.
Il mascarpone è freddo ma non rigido. Il cucchiaio entra e cede in un modo strano, non come una mousse, non come un gelato. La consistenza è densa, quasi pesante, con quella sensazione di grasso pulito che si deposita sul palato lentamente, senza fretta, come se avesse tutto il tempo del mondo.
Le scaglie di cioccolato stanno sopra come cadute lì per caso. Fondente vero, non dolce. Un amaro che non aggredisce ma tiene, che resta ancora qualche secondo dopo che ho già inghiottito. Il contrasto con la dolcezza del mascarpone non sembra studiato. È la cosa più ovvia del mondo, eppure nessuno l'aveva messa lì prima esattamente così.
Finisco il piatto più lentamente del solito. Non perché sono pieno o distratto. Perché rallentare è la risposta giusta.
E mi viene una specie di rabbia, pensando a tutti i dolci che ho pagato il triplo per averli costruiti in verticale, smontati e rimontati, decorati con polveri e gel e nomi che occupano due righe. Qui ci sono due ingredienti e una mano che ha saputo fermarsi. Il coraggio non è aggiungere, è togliere e reggere lo sguardo di chi si aspettava di più. Il lusso vero, quello che non ha bisogno di fronzoli, lo capiscono in pochi, e quasi sempre sono quelli che non te lo vengono a spiegare.



